I dati sul commercio Ligure

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Nella prima parte dell’anno in corso, anche l’economia ligure ha risentito significativamente degli effetti della crisi pandemica. Dopo la graduale riapertura delle attività economiche e la rimozione dei vincoli alla mobilità personale, la regione ha solo parzialmente recuperato i livelli produttivi precedenti l’insorgere dell’emergenza sanitaria. Nell’industria il consuntivo dei primi nove mesi del 2020 segna un calo del fatturato in oltre il 60 per cento delle imprese con almeno 20 addetti; la diminuzione delle vendite è stata pari ad almeno il 15 per cento in circa un quinto delle aziende. Gli effetti negativi sono stati più intensi nel terziario, dove il 30 per cento delle imprese ha accusato un calo di almeno il 15 per cento. Nella stagione estiva i flussi turistici sono diminuiti di circa un terzo, a causa delle minori presenze sia italiane (-15,4 per cento), sia soprattutto straniere (-62,0 per cento); i transiti crocieristici si sono pressoché azzerati.

La ristorazione, il commercio al dettaglio e l’intermediazione immobiliare risentono dell’atteggiamento prudente assunto dalle famiglie nelle decisioni di spesa e di investimento. La movimentazione delle merci presso i porti, ridottasi del 17,1 per cento nei primi otto mesi del 2020, è penalizzata dalla scarsa domanda di beni di consumo e intermedi determinata dalla debolezza congiunturale. La pandemia ha avuto conseguenze anche sul settore edile, ma sono proseguiti i lavori su alcune importanti infrastrutture pubbliche, quali il Terzo Valico e il potenziamento del sistema portuale e aeroportuale genovese; ai primi di agosto, a poco meno di due anni dalla calamità che aveva colpito il ponte Morandi, è stato inaugurato il nuovo viadotto “Genova San Giorgio”. Nel primo semestre dell’anno il numero degli occupati è calato del 2,4 per cento; la contrazione è stata particolarmente intensa per i lavoratori autonomi (-7,4 per cento), mentre quelli dipendenti sono scesi del solo 0,4 per cento, grazie anche al maggiore ricorso alla Cassa integrazione guadagni e al blocco dei licenziamenti. Le forze di lavoro si sono ridotte del 4,3 per cento: oltre al calo occupazionale, vi ha influito la significativa diminuzione delle persone in cerca di occupazione (-20,7 per cento). La fase congiunturale sfavorevole si è riflessa sulla redditività e sulla capacità di autofinanziamento delle imprese: la quota di aziende in utile si è ridotta a circa due terzi (era l’80 per cento nel 2019): è di conseguenza aumentata la richiesta di prestiti bancari. Grazie a condizioni di offerta distese, favorite dagli interventi di politica monetaria e dalle misure governative di garanzia pubblica, il credito al comparto produttivo è cresciuto (2,1 per cento in agosto), in maggiore misura per le aziende di piccole dimensioni (7,9 per cento). I finanziamenti alle famiglie hanno decelerato dal 2,7 per cento di fine 2019 all’1,1 per cento di giugno, in un contesto di debolezza della domanda, sia per i mutui, sia per il credito al consumo. La qualità del credito si è mantenuta nel complesso stabile; tra i settori produttivi, le costruzioni continuano a connotarsi per una rischiosità più alta degli altri comparti. Le scelte di impiego del risparmio sono state caratterizzate da motivi precauzionali, con una preferenza per i prodotti più liquidi e quelli maggiormente diversificati: a giugno 2020 i depositi bancari e le quote di fondi comuni di investimento sono aumentati rispettivamente del 5,9 e dell’1,6 per cento rispetto a 12 mesi prima



Pubblicato il 12 / 11 / 2020

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